La Prima Pietra

COVID-19: UN DISASTRO COMUNICATIVO

Un accorato sfogo di un membro di un gruppo politico che frequento con assiduità su un social, mi ha fatto riflettere in generale sulla comunicazione negli ultimi due anni. Ho già più volte scritto che il livello comunicativo del Governo è stato infimo e, se possibile, è anche peggiorato durante il Governo Draghi (Conte almeno ogni tanto ci metteva la faccia e si rivolgeva direttamente ai cittadini). Ora però credo che, davanti all’assalto furibondo della variante Omicron, sia arrivato il momento di valutare i danni e di tirare le somme anche perché sarà difficile uscirne. E bisogna spiegare il perché. Magari col senno di poi ma, come si suol dire, meglio tardi che mai.

La Pandemia
L’arrivo del virus SARS-CoV2 ci trovò impreparati, con i servizi sanitari regionali, specie al nord, che avevano privilegiato le strutture private di elezione trascurando la rete di emergenza-urgenza, in una lenta ma inesorabile destrutturazione del servizio pubblico. I soli governi Berlusconi avevano tagliato quasi 200.000 posti letto pubblici, ma favorito l’emersione di Ospedali Privati, spesso poi trasformati persino in Università, molto tesi all’assistenza di casi in elezione, che richiedono prestazioni costose con relativo impegno finanziario dei servizi sanitari regionali.

Il virus si presenta in questa situazione, già con una alta capacità di diffusione, con un indice di riproduzione iniziale (l’R0) tra 2.5 e 3 e tempi di incubazione relativamente brevi (tra i 5 ed i 14 giorni). Inizialmente non era chiaro che il contagio poteva avvenire per via aerea né che si diventava contagiosi alcuni giorni prima di manifestare i primi sintomi. Questa combinazione di 4 fattori, R0 elevato, incubazione relativamente breve, trasmissione per via aerea e contagiosità durante l’incubazione, insieme con l’inadeguatezza dei mezzi di protezione individuale negli ospedali, e i colpevoli ritardi nella messa a punto di strategie di contenimento da parte delle istituzioni regionali, in mano ad affaristi ed incompetenti, crearono le condizioni per un massivo e simultaneo contagio. Benché subito fosse chiaro che il tasso di letalità di questo virus non era confrontabile con l’elevatissima letalità dei cugini SARS e MERS, era tuttavia sufficientemente elevato per far scoppiare i sistemi sanitari regionali, a causa dell’arrivo simultaneo in ospedale di migliaia di pazienti e la conseguente saturazione dei posti di terapia intensiva.

Fu un’ecatombe con immagini che resteranno scolpite nelle nostre memorie.

Una strage dalla quale non eravamo stati in grado di difenderci, come d’altra parte accade con la stragrande maggioranza dei virus, e le cui conseguenze sulla salute pubblica sono ancora lontane dall’essere quantificate. Quanti casi di scompenso cardiaco vedremo nei prossimi 10-15 anni a causa dei mancati ricoveri per infarto del miocardio?

Certo, come è sempre successo in tutte le catastrofi di questo tipo, in tutte le epoche, anche per la nuova pandemia fiorirono ciarlatani di tutti i tipi, medici e non, che promettevano miracoli con terapie improbabili, ed ai quali fu colpevolmente concesso spazio, alimentando così il fuoco irrazionale del complottismo e del rifiuto della scienza basata sull’evidenza dei dati e dei numeri. Nessun politico, pur avendo dietro le spalle Comitato Tecnico Scientifico, Istituto Superiore di Sanità, Consulenti del Ministro, ebbe il coraggio e l’onestà di denunciare pubblicamente questi ciarlatani, lasciando agli Ordini dei Medici il compito di contrastare l’ondata di sciocchezze che andava crescendo. Poi mano a mano, una per una, queste terapie miracolose furono smontate da studi clinici controllati e fu chiaro che l’unico strumento che poteva arginare l’assalto del virus sarebbe stato un vaccino.

I vaccini: benefici e limiti
Mentre la Cina sviluppava un suo vaccino su un virus attenuato (tipo quello che si usa per l’influenza), poco efficace (ma applicava anche strategie di contenimento che solo un regime totalitario può consentirsi), sulla necessità di produrre in tempi rapidissimi un vaccino si sono fiondate le aziende farmaceutiche in possesso di tecnologie innovative, puntando esclusivamente su una delle proteine virali, la proteina S, che era la chiave di ingresso del virus nelle cellule, una strategia ovvia, data la fretta di arrivare ad arginare l’estendersi a macchia d’olio della pandemia. La tecnologia di trasferimento molecolare mediante RNA messaggero era già in fieri da una ventina d’anni e la pandemia è stata l’occasione per metterla in opera.

Ed infatti, a tambur battente, nascono in un brevissimo arco di tempo (8 mesi) 4 vaccini, Astra Zeneca, Sputnik V, Pfizer e Moderna, tutti rivolti ad elicitare una reazione immunitaria contro la proteina S e tutti finalizzati a far produrre la proteina S dalle nostre cellule in modo da evocare la risposta immunitaria. Due di essi utilizzano un virus vettore ritenuto innocuo, due invece direttamente una molecola di RNAm che contiene le informazioni per produrre la proteina S. Una sola proteina, la più importante, ma anche la più mutagena. Ma la scelta era obbligata, data l’emergenza. La tecnologia era disponibile, mentre trovare un vaccino che immunizzasse contro tutte le proteine virali avrebbe potuto richiedere anni e forse non ci si sarebbe riusciti (come non si è riusciti a generare un vaccino contro l’HIV, il virus dell’AIDS).

Ed invece, in appena 8 mesi, vengono superate tutte e tre le fasi degli studi clinici che testano benefici ed effetti avversi dei nuovi farmaci ed i vaccini rivolti contro la proteina S vengono immessi sul mercato; inizialmente con cautele degli enti regolatori (fase sperimentale) e successivamente, dopo circa un anno, in modo definitivo. In condizioni normali questo iter sarebbe costato anni di lavoro e di test, ma non eravamo in una condizione normale (i numeri reali della pandemia sono postulati su un numero dell’Economist, di cui ho parlato in un mio precedente articolo: COVID-19 PROBABILMENTE SVANIRÀ NEL 2022 – Ma il declino del coronavirus nasconde fallimenti nella salute pubblica – La Prima Pietra).

I vaccini riescono ad arginare l’epidemia almeno temporaneamente nei paesi in grado di produrli ed organizzarne la somministrazione di massa. Intanto, però, il virus viene lascito libero di circolare altrove, dove la vaccinazione non arriva e di produrre tutte le mutazioni di quella proteina S necessarie alla sua evoluzione ed alla sua definitiva sistemazione nella specie invasa. Inevitabile. Nessuno ha spiegato che questi vaccini non sono perfetti, ma sono lo scudo che siamo stati in condizioni di utilizzare efficacemente per arginare le ondate in modo rapido, giustificando anche le speciali flessibilità negli strumenti di approvazione degli enti regolatori.

Ci sono stati rischi? Certo che ce ne sono stati, perché ovviamente il tempo di valutare questi vaccini a distanza non c’è stato. Ma i rischi sono stati assai contenuti, dato il fortissimo background sperimentale che ne ha preceduto la produzione. Gli studi clinici controllati sono stati perfettamente condotti? Qualcuno si e qualcuno no, ma nel complesso, guardando il quadro di insieme, la sicurezza che il rapporto rischio/beneficio fosse estremamente basso si è largamente consolidata. Ed anche i rapporti su possibili eventi avversi catastrofici durante la vaccinazione di massa (Astra-Zeneca) lasciano dubbi, come io stesso ebbi modo di sottolineare in un mio contributo assieme a colleghi molto più esperti di me (Incidence of cerebral venous thrombosis and COVID-19 vaccination: possible causal effect or just chance? | European Heart Journal – Cardiovascular Pharmacotherapy | Oxford Academic (oup.com)), anche se poi quel vaccino ne fu travolto ed è stato praticamente seppellito.

Non voglio dire che la vaccinazione non comporti il rischio di eventi avversi gravi. Il rischio c’è, come c’è in qualsiasi farmaco, ma in questo caso è assai contenuto ed il rapporto tra beneficio e rischio è incommensurabilmente elevato. Su 80.000.000 di dosi somministrate, l’AIFA riporta 15.000 eventi avversi gravi (cioè 188 eventi per milione di dosi somministrate) ma solo 16 decessi attribuibili al vaccino (cioè 2 decessi per ogni 10 milioni di somministrazioni). Quante persone sanno che per ogni 100.000 persone che fanno uso di aspirina o di antiinfiammatori non steroidei ce ne sono 15 che muoiono per cause attribuibili al farmaco e di questi 1/3 fa uso di aspirina a bassa dose? Un farmaco che funzioni, cioè che alteri alcune funzioni fisiologiche, non può non comportare un rischio, per quanto piccolo possa essere.

Immunità vaccinale e logiche commerciali
Col tempo si fa strada la convinzione che l’immunità elicitata dalla produzione endogena di proteina S elicitata dal vaccino non è duratura, specie nelle persone anziane in cui il sistema immunitario è meno reattivo. Ma questa caduta viene misurata solo con il livello di anticorpi specifici circolanti (che tra l’altro non necessariamente sono quelli che neutralizzano il virus). In realtà, la risposta immunitaria al vaccino è molto più complessa di quanto non dica il livello di anticorpi circolanti e coinvolge il richiamo di cellule specializzate a ripulire immediatamente il campo dall’ospite indesiderato e contemporaneamente promuovere la produzione di anticorpi che arrivano in un secondo tempo. Il declino nel tempo di quegli anticorpi non significa che la memoria immunitaria stia venendo meno, questo perché pure le cellule iniziali hanno una loro memoria che invece è molto più duratura (anche se non sappiamo esattamente per quanto tempo), ed è verosimilmente proprio quella che ci aiuta a non ammalarci gravemente.

Nella incertezza dell’effettiva durata della protezione ed un po’ anche presi dall’isteria collettiva che ha spinto tantissimi a misurare compulsivamente gli anticorpi circolanti, è sembrato opportuno ricorrere ad una dose aggiuntiva per rinforzare tutto il sistema, specie in vista della comparsa di qualche variante resistente. Una misura cautelativa più che opportuna. Ma nessuno ha avuto l’umiltà di venire in TV e dire: non sappiamo esattamente che cosa significhi la caduta degli anticorpi circolanti, ma riteniamo che sia prudente fare un richiamo, che male non vi farà, basandoci sulla curva di discesa anticorpale. Niente.

E’ legittimo che qualcuno pensi che si sia adottata la misura per fare un favore a Pfizer e Moderna, anche considerando il fatto che specialmente Pfizer non aveva dato gran prova di sensibilità (ricordate che in modo del tutto non convenzionale per non dire scorretto, la casa annunciò i risultati dello studio di fase III prima della pubblicazione e che, in corso d’opera, triplicò i prezzi, profittando anche dell’annichilimento di Astra-Zeneca, che non costava niente)?
Si, secondo me, è legittimo, perché è chiaro che dietro i vaccini c’è stata e c’è ancora una guerra commerciale. Ed anche questo andava detto con chiarezza, chiarendo che però noi non avevamo scelta. In realtà, la scelta il nostro Paese avrebbe potuto averla se non fosse stata annichilita la nostra ricerca, la ricerca italiana che stava producendo un vaccino, Reitera, che prometteva di dare ottimi risultati?

Perché furono tagliati i fondi per Reithera? Anche su questo ci fu silenzio assoluto. In assenza di spiegazioni e giustificazioni, non è forse legittimo pensare che sia stato fatto per favorire Pfizer e Moderna?
Alla fine, la variante temuta è arrivata, anzi forse anche più di una, dato che ora bisogna capire che panni veste la nuova variante isolata in Francia, che porta un numero di mutazioni molto superiore allo stesso omicron. Tutti erano certi che sarebbe successo, ma anche questo non è stato detto se non in modo vago da qualche scienziato-divo.

E’ efficace il vaccino su omicron? Si e no. Gli ultimi dati dell’ISS – Epidemia COVID-19 (iss.it) – mostrano chiaramente che l’infezione dilaga e che quindi omicron evade l’immunità vaccinale, ma mostra anche che il vaccino rimane molto efficace nel prevenire le forme gravi e questa efficacia è triplicata se si è fatto il richiamo.

La lotta non è finita con i vaccini a mRNA
Bisogna che ci sia la consapevolezza che i vaccini a mRNA sono la barriera che noi stiamo opponendo all’assedio, sono le nostre mura, l’olio bollente gettato sulle truppe di assalto, non sono la soluzione per vincere l’assedio. Ma sono l’unica vera risorsa su cui possiamo contare ora. La strategia di attacco alla proteina S, la proteina che muta in continuazione, non può essere quella definitiva.
Diffidate di chi sostiene che ormai le varianti saranno “benigne”, semplicemente perché non lo sappiamo, anche perché le mutazioni non sono prevedibili, né il virus possiede una sua intelligenza. Puntare sul fatto che la variante omicron è più benigna, non tiene conto del fatto che si diffonde in una popolazione in gran parte già vaccinata e che la popolazione più fragile è già stata decimata. Se guardiamo quello che succede tra i non vaccinati, su 251.412 casi di COVID-19 registrati al 5 gennaio (vedi il report ISS), 8.278 sono finiti in ospedale e 1.202 in terapia intensiva e 1.170 sonno deceduti.

Non mi sembrano numeri tranquillizzanti. Né mi sembrano tranquillizzanti le immagini che arrivano da Palermo (una delle zone meno vaccinate del Paese):

Ormai sappiamo per certo che le nostre mura tengono e che il piano di vaccinazione di massa riesce ad arginare se non l’avanzata almeno i danni gravissimi del virus, che con la nuova variante mostra un R0 tra i più elevati ed una incubazione più breve (una combinazione catastrofica che fa ammalare tutti contemporaneamente). E’ possibile che dovremo fare un altro richiamo, questa volta più specifico verso le nuove varianti dominanti (la Pfizer ha annunciato ieri la produzione di un vaccino ad mRNA specifico). La campagna vaccinale diventa, almeno nel medio periodo, permanente.
Ma è chiaro, ripeto, e questo dovrebbe essere detto a chiare lettere, che questa non può essere la nostra strategia definitiva. L’utilizzo dei vaccini che abbiamo a disposizione è solo il nostro ponte verso la costruzione di una difesa strategica, che richiede un approccio più stabile. Magari mentre si attende qualche vaccino più stabile ed efficace, i nuovi farmaci antivirali potranno raggiungere costi sostenibili per una distribuzione di massa che ora credo sia ben lontana dal poter essere pianificata.

Personalmente ripongo grandi speranze nel nuovo vaccino della Valneva francese, che utilizza una tecnica consolidata (virus inattivato) che elicita una risposta immunitaria nei confronti non solo della proteina S, ma anche di altre due proteine virali molto più stabili (non soggette a mutazioni) e quindi con la potenzialità di svolgere una buona attività su qualsiasi variante. L’altro enorme vantaggio di questo vaccino prossimo venturo è che potrà essere inoculato per via endonasale, come un normale puff per il raffreddore, che consentirà di elicitare anche una risposta immunitaria tessutale locale molto importante, che invece non viene evocata con i vaccini attualmente in uso. E naturalmente, per la via di somministrazione, sarà molto più semplice poterlo ripetere se diventasse necessario.

Perché non si cerca di spiegare alle persone come effettivamente stanno le cose? Perché non si capisce che la mancanza di trasparenza e di onestà intellettuale nel dire tranquillamente che ci sono un sacco di cose che non sappiamo ancora e che stiamo imparando per strada, è parte delle ragioni della confusione e dello scetticismo di molte persone che poi finiscono per fare massa di manovra per le pulsioni eversive della nostra impresentabile destra fascista?

Perché si lascia la comunicazione a chi capita, a tanti colleghi, pur bravi, ma che accettano di andare in TV cercando di apparire il primo della classe, esibendo una sicurezza che non possono avere ed accettando confronti per me improponibili?

Se non si corregge di corsa questo disastro comunicativo, la strada per uscire da questa crisi sarà impervia e tutta in salita.

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