Per comprendere a fondo l’importanza del film di Roman Polanski, J’accuse (L’ufficiale e la spia, in italiano) con Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois, Hervé Pierre, bisogna fare un passo indietro e guardare alla saggistica e anche alla letteratura. Perché l’affaire Dreyfus non è solo la storia di un errore giudiziario ma è diventato uno dei più discussi errori giudiziari della storia, per tutti i risvolti socio-politici che lo hanno investito.

Ne aveva scritto Hannah Arentd descrivendo il caso come uno spartiacque tra ‘800 e ‘900: se i suoi risvolti politici guardavano già al secolo successivo, dal punto di vista processuale, invece gli strascichi sono tipici dell’800, secolo che aveva mostrato un appassionato interesse per i processi.

E’ necessario sottolineare che dal questo punto di vista si stava attraversando una fase di transizione, molto travagliata, dal processo inquisitorio a quello che sarebbe diventato accusatorio, ma la formazione della prova processuale avveniva ancora in segreto, come successe, non senza clamore, nel caso in questione: da Balzac leggiamo “da quando la società ha inventato la giustizia, non ha mai trovato il mezzo di dare all’innocenza accusata un potere uguale a quello di cui dispone il magistrato”. Probabilmente Polanski, per le sue vicende giudiziarie, si sente molto Dreyfus ed è quindi evidente la volontà di comunicare attraverso l’opera cinematografica, non qualcosa di storicizzato e relegato all’ epoca di appartenenza, ma qualcosa di vivo che possa essere da stimolo per una riflessione sul presente.

Più che cinema storico quindi, cinema civile nel senso più puro del termine. La degradazione in pubblica piazza con cui si apre l’opera è il primo segnale fortemente politico del film. In quella stessa scena appare anche l’elemento centrale di tutta la vicenda, che c’è ma non sempre si vede e quando non si vede si percepisce: la folla che si accalca ai cancelli per ammirare lo spettacolo. La folla che diventa pubblico.

Quello che Polanski voleva raccontare lo si intuisce sia dalla scelta del titolo sia dall’epicità con cui mostra sullo schermo l’apparizione di Clemenceau e di Zola: l’importanza dell’opinione pubblica che entra nella storia come “soggetto”, “forza”, “potere” dello Stato liberale. Quel J’accuse dell’autore di Nana sulle colonne del quotidiano La Justice che a colpi di penna scardina un sistema che sembrava inscalfibile, un sistema attraverso cui la società borghese preservava se stessa, un sistema di potere e di prevaricazione. Lo stesso sistema che nascondeva dietro la presunta neutralità del tecnicismo giuridico ragioni di politica criminale che poco si interessavano al reato, ma avevano l’obbiettivo primario di dare in pasto alla folla un colpevole. E chi meglio di un ebreo in una società  in cui l’antisemitismo crescente sarebbe poi sfociato nei crimini di inizio Novecento?!

Per raccontarlo Polanski, un po’ a sorpresa, sceglie un taglio classico ma riesce, comunque, a trasmettere il senso di costrizione e di impotenza, l’uomo come ingranaggio schiacciato da un qualcosa più grande di lui che non può controllare e da cui non può scappare. Tema caro al regista e già trattato in modo diverso nelle precedenti opere più famose, in J’accuse l’horror cede il passo ad un asfissiante realismo che, se possibile, fa anche più paura dei deliri psicologici di Rosmary’s Baby o de L’inquilino del terzo piano. Impossibile non pensare a Kafka e al suo signor K. del Processo, ma anche al suo corrispettivo cinematografico girato magistralmente da Orson Welles e interpretato da Anthony Perkins. E a proposito di interpretazioni, meritano una menzione speciale i due protagonisti: un Jean Dujardin superlativo nei panni del colonnello Piquart ma, soprattutto, un irriconoscibile Louis Garrel, nei panni di Dreyfus che con poche battute in poche sequenza ruba la scena come solo i grandissimi sanno fare.

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