Quello che noi siamo abituati a vedere sono grafici di dati crudi che descrivono l’andamento dell’epidemia. Tuttavia, io ho già mostrato che la rappresentazione dell’epidemia su una scala nazionale non ha molto senso, nel momento in cui le realtà regionali presentano differenze molto rilevanti (http://www.laprimapietra.eu/covid-19-e-fase-due-uguale-per-tutti-perche/), specialmente dovute all’utilizzo dei tamponi, che, di recente, sono stati ridotti moltissimo (circa 7000 il 3 maggio). In realtà il numero di tamponi effettuato è molto oscillante anche in Veneto, e io non so spiegare perché questo accade, in una regione in cui l’esecuzione dovrebbe essere ben pianificata per tracciare i contagi (figura 1). Come si vede, al contrario di Lombardia e Veneto, la Campania, la regione del sud con il maggior numero di contagi, che ha adottato una strategia differente da quella veneta (tamponi solo ai sintomatici), ha abbastanza omogeneamente aumentato il numero di tamponi nel tempo, in modo per lo meno timido.

C’è un altro aspetto molto rilevante rispetto alla diffusione del contagio, che non è tenuto in conto nelle analisi, ed è la popolazione e la sua densità nelle regioni. La popolazione è molto differente da regione a regione, e va dalle poche centinaia di migliaia di persone nella Val d’Aosta fino agli oltre 10 milioni della Lombardia (figura 2, pannello superiore).


Ma non necessariamente il numero di abitanti è un buon indicatore di potenziale diffusione della malattia, quanto invece lo è la densità abitativa, che indica il rapporto di vicinanza fisica abituale tra gli individui e che, naturalmente, finisce per incidere anche sul distanziamento sociale.

E’ evidente che il contagio può diffondersi in maniera molto più rapida e capillare in regioni densamente popolate. Come si vede in figura 2 (pannello inferiore), anche in termini di densità abitativa, la situazione nel paese è molto differente, e riflette solo parzialmente il numero totale di abitanti, essendoci regioni, come ad esempio la Liguria, che pur avendo un numero di abitanti contenuto, mostrano un’alta densità abitativa, oppure come la Toscana che ha più del doppio degli abitanti della Liguria, ma una densità abitativa decisamente più bassa (colonne arancio del pannello inferiore della figura 2).

Come già detto, dati i limiti dell’analisi dei casi accertati, mi sono concentrato sui casi che sono giunti all’osservazione ospedaliera, che appaiono dati più stabili del numero dei contagi, sostanzialmente viziato dal numero dei tamponi effettuati e dai criteri utilizzati.

RICOVERI E POPOLAZIONE.

La figura 3 mostra il numero cumulativo di pazienti con sintomi di COVID-19 ricoverati in ospedale tra il 24 febbraio ed il 3 maggio. Come si osserva, il picco di occupazione di posti letto avviene tra i 4 ed il 6 aprile (colone rosse). Si noti come, rispetto alla precedente analisi, compiute sui casi cumulativi accertati, che dava il picco dell’epidemia al 22 Marzo, in questo caso il picco è spostato in avanti di 2 settimane. Questa apparente incoerenza, in realtà è probabilmente legata al fatto che i pazienti gravi (quelli che richiedevano il ricovero in ospedale) arrivavano all’osservazione ospedaliera con grande ritardo, senza peraltro ricevere cure adeguate a casa, come chiaramente emerso nello Zoom-streaming organizzato dai medici di Bergamo il 23 marzo, per condividere la loro drammatica esperienza sul web.

Nella figura 4, si può osservare, distribuita per regione, l’occupazione dei posti letto ospedalieri al picco, il 6 aprile e quella del 3 maggio, il giorno che precede l’inizio della cosiddetta fase 2.

Senza tener conto della Lombardia, inclusa nella figura di ridotte dimensioni in alto a sinistra, che al 3 maggio ancora registra un’occupazione di posti letto quasi tripla rispetto al Piemonte, la seconda regione con il maggior numero di posti letto occupati da COVID-19, anche l’Emilia-Romagna presenta circa 2000 ricoverati per COVID-19, mentre il Lazio supera i 1000.

Abbruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Friuli, Marche, le province autonome, Puglia, Sardegna, Sicilia, Umbria e Valle d’Aosta si attestano ben sotto la linea dei 500 ricoverati (linea verde tratteggiata), con la Toscana che li sfiora ed il Veneto che sfiora i 1000.

Lo spaccato ottenuto dalla figura 4, tuttavia, non tiene conto della differente popolazione nelle singole regioni (vedi figura 2).

La figura 5 mostra che le cose cambiano se si considera il numero dei ricoverati al 3 maggio in relazione alla popolazione regionale.

In questa figura la distribuzione dei ricoveri conteggiati per 100.000 abitanti è rappresentata in 4 colori. In rosso abbiamo le regioni che al 3 maggio presentano più di 40 ricoverati per COVID-19 ogni 100.000 abitanti, in rosa quelle che si attestano sotto i 30 ricoverati/100.000 abitanti, in giallo quelle con meno di 20 ricoverati, ed in verde tutte le regioni meridionali (inclusa la Sardegna) con l’Umbria, che mostrano un tasso di ricoverati inferiore ai 10/100.000 abitanti. Si noti che queste ultime regioni presentano un tasso di ricoveri per 100.000 abitanti da 5 a 25 volte inferiore rispetto alla Lombardia.

Benché io abbia più volte, inutilmente, invocato a voce e dalle pagine di La Prima Pietra una direzione centrale delle decisioni in materia di salute pubblica, come d’altra parte aveva fatto in più occasioni in passato il collega Walter Ricciardi, per poi tacere, malgrado la distanza politica siderale che mi separa dalla Presidente della Regione Calabria, non posso non riconoscere che le sue proteste hanno un fondamento e che, in questo clima generato dall’opposizione di destra, ma anche alimentato da pezzi di destra nella compagine governativa, l’aver imposto lo stesso codice comportamentale in tutto il paese sia stato un madornale assist offerto all’opposizione fascio-leghista per generare confusione istituzionale, come è infatti successo per il caso Calabria.

Infine, è utile confrontare lo stato dei ricoveri per regione tenendo conto della densità abitativa (figura 2), che dal punto di vista epidemiologico è anche più importante del numero assoluto di abitanti. La figura 6 mostra il numero di ricoveri al 3 maggio, normalizzato per numero di abitanti per km2, e semplifica ulteriormente le cose mostrando due diverse situazioni, con 3 regioni che registrano un numero di ricoveri superiore a 10 per densità abitativa, mentre tutte le altre regioni sono sotto i 5 ricoveri. Tra queste ultime, infine, ce ne sono nove che mostrano meno di 2 ricoveri per popolazione/km2. Va sottolineata la differenza tra le due regioni a massima densità abitativa, la Campania e la Lombardia (bordate in blu), con la seconda che mostra un tasso di occupazione di posti letto per popolazione/km2 14 volte più elevato della prima.

Sulla base dei dati analizzati e presumendo che non vi siano errori grossolani nella raccolta delle informazioni, possiamo sicuramente sostenere che l’epidemia da SARS-CoV2 ha assunto velocità diverse nel paese, che grosso modo vengono rappresentate in modo abbastanza accurato dalle figure presentate. Ci si dovrebbe chiedere perché.

CONCLUSIONI.

E’ ipotizzabile che abbiano circolato due differenti ceppi virali?

Gli esperti virologi tendono ad escluderlo ed io non ho la competenza né per confermare né per escludere. Escludendo la componente “fortuna” che può essere idea accettabile per infimi giornalisti, ma diventa irricevibile se evocata da persone che dovrebbero essere “di scienza”, un’altra maligna ipotesi che si può fare strada, specialmente in quella robusta parte del mondo dell’informazione e, purtroppo, di parte delle figure istituzionali che sarebbe bene conservassero più equilibrio, è che mentre in Veneto ed in Lombardia sono stati effettuati tra i 200.000 ed i 450.000 tamponi, in Campania (stessa densità abitativa della Lombardia), ad esempio, di tamponi ne sono stati effettuati complessivamente 86.000, rendendo possibile un difetto di campionamento e la permanenza a domicilio (od anche nelle RSA) di gran parte della gente infettata, causata dal timore di recarsi in ospedale, in considerazione delle notizie diffuse dai media sulla diffusione dell’epidemia avvenuta in Lombardia proprio attraverso gli ospedali.

Il modo di verificare se questa ipotesi possa avere fondamento c’è ed è nelle analisi comparative fatte dall’ISTAT sui tassi di mortalità generale. Se in Campania, una regione che ha subito due ondate immigratorie dal nord all’inizio di marzo, ci fosse stato un gran numero di casi non censiti, avremmo un aumento significativo della mortalità generale, che invece non si è verificato, come si vede nella Tabella 1 del report dell’ISTAT.

Il confronto tra il mese di marzo 2020 e la media della mortalità nel mese di marzo dei precedenti 5 anni (V colonna da sinistra, con cifre evidenziate in giallo) mostra che la mortalità generale in Campania si è ridotta di circa il 2%, un trend comune a tutte le regioni del sud (tranne la Puglia), a fronte di un aumento impressionante della mortalità nelle regioni del nord, con incremento di quasi il 200% in Lombardia, numeri spietati testimoni di un disastro politico ed organizzativo epocale che ha segnato tutto il paese. Anche estendendo l’analisi al mese di febbraio, il risultato viene confermato (VI e VII colonna).

La verità che sicuramente nessuno è pronto ad ammettere è che mentre nelle regioni del nord del paese le pressioni subite dal mondo delle aziende e la sostanziale impreparazione di parte della classe dirigente (sicuramente non quella veneta), ha ritardato l’adozione di misure di lock down efficaci (vedi figura 7), nel sud del paese, meno impegnato sul fronte produttivo industriale, le regioni si sono mosse in tempo utile prima che la diffusione del virus (che ricordiamo era dato al picco epidemico con un R0 superiore a 3, una mostruosità) rendesse l’epidemia incontrollabile come è successo in Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna, ma molto meno in Veneto, dove si erano già preparati dalla fine di gennaio. La figura 7 mostra che cosa hanno significato le misure di lock-down e di distanziamento sociale precocemente adottate, rispetto ai paesi che non le hanno varate.

Un particolare riconoscimento va attribuito, secondo me, alla Campania che, malgrado l’arrivo di due ondate immigratorie interne e malgrado l’utilizzo di un numero di tamponi limitato, è riuscita a contenere l’epidemia, come dimostra l’andamento dei ricoveri ospedalieri e la comparazione con la mortalità generale degli anni scorsi, più di quanto non si possa evincere dallo studio dei casi accertati.

L’allentamento del lock down potrebbe, come ho dimostrato numeri alla mano, essere molto più flessibile nelle regioni del sud, ma molto meno spinto nelle regioni del nord in cui l’epidemia, malgrado il declino evidente, non appare ancora controllata. Imporre al sud vincoli legati ad una visione lombardocentrica della diffusione dell’epidemia e del rischio di ripresa del contagio è semplicemente dissennato.

 

 

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